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Storia di Zanella a puntate: parte 2

Scritto da achiampo | 24 aprile 2020

“Alla città mi trasse il mio buon padre

a dibucciar la prima scorza. Il giorno

era de’ morti. I flebili rintocchi

della campana all’attristato core

crescean tristezza. Mal celando il pianto,

nell’usato cortil co’ vecchi amici

sull’imbrunir venuti a salutarmi

giocai l’ultima volta.

 

Un cardellino,

mio compagno d’esiglio, innanzi all’alba

canterellando mi destò: del mondo

al paro conoscenti entrammo in via”

 

Questi versi malinconici di un forzato addio sono tratti dall’opera “A Fedele Lampertico” (1868) di Giacomo Zanella. Si narra del giorno della partenza dalla città natale, Chiampo, per compiere gli studi in città. Giacomo ha nove anni e gioca per l’ultima volta con gli amici, dove l’aggettivo “vecchi” sottolinea il valore sentimentale di questi legami. Si compie un piccolo dramma nel cuore del poeta. Lo strazio di doversi distaccare dagli amici si traduce nella fine dell’infanzia, un’età dedita ai giochi e alla spensieratezza. All’albeggiare Giacomo salirà sul carro del padre alla volta di Vicenza. Con sé un cardellino, suo compagno di esilio e uccello prediletto in molte sue poesie. Zanellaporta con sé un ricordo vivo di ciò che sta lasciando, simbolo sia dell’ingenuità paesana del fanciullo che della gentilezza come tratto distintivo del poeta che lascia emergere questi ricordi. Il cardellino in gabbia suggerisce l’idea della nuova vita rinchiusa nel collegio che attende Zanella, il quale finora aveva amato correre libero sui monti e giocare all’aria aperta nel suo giardino.